La riduzione del danno nel contesto internazionale. Intervento di Massimo Barra

Il seguente documento è un articolo di Massimo Barra sulle politiche di riduzione del danno nel contesto internazionale. Fino all'anno scorso Presidente della Croce Rossa Italiana e oggi Vice Presidente della Commissione Permanente della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa internazionale, Barra è sostenitore di una politica umanitaria sulle droghe come stabilito dal Rome Consensus. In prima linea riconosce il diritto alla salute dei tossicodipendenti e per questo è a favore di politche di riduzione del danno per limitare i rischi connessi all'uso di droga.

A nome di tutto lo staff di TalkingDrugs lo ringraziamo per questo suo importantissimo contributo al fine di approfondire il più possibile il dibattito attorno al mondo della droga.

 

"LA RIDUZIONE DEL DANNO NEL CONTESTO INTERNAZIONALE"

di Massimo Barra-Forlì, 22/04/2009to internazionale”

Queste due parole, Harm Reduction, sono state negli ultimi due decenni fonte di animati dibattiti in tutto il mondo, assumendo una forte connotazione ideologica e politica che trascende di molto il loro significato semantico, la fin troppo evidente e lapalissiana constatazione che ridurre i danni per l’individuo e per la società del consumo di droga è meglio che aumentarli e che nessuna politica sanitaria può augurarsi di aumentare i danni causati da un evento morboso. Ma la logica, anche se basata su inoppugnabili evidenze scientifiche, non basta a spiegare le scelte politiche. Se così fosse gli uomini di scienza avrebbero il pieno controllo dei governi, il che non è né è mai stato. Non basta richiamarsi a ciò che è evidente e dimostrato per orientare le scelte dell’azione politica se dall’altra parte ci sono pre-giudizi che, come tutti i pre-giudizi, non affondano le loro radici nel campo della logica ma in quello della irrazionalità e della emotività, del non-logico e dell’istintivo. E noi sappiamo quanto tutto ciò sia capace di orientare l’azione dell’uomo, spesso molto più di ciò che è logico. Se l’umanità orientasse i propri comportamenti alla luce della scienza e dell’evidenza non farebbe le guerre né ucciderebbe. L’affermazione o la negazione dell’Harm Reduction sono divenute segno di opposizione tra due modi diversi di intendere le problematiche legate al consumo di droga, quasi una barriera tra due opposti estremismi. Da un lato i proibizionisti senza se e senza ma, quelli per i quali la droga è il male assoluto, i drogati sono dei criminali da punire o dei peccatori da redimere, i duri e puri dell’antidroga, quelli della tolleranza zero, quelli della strategia comportamentista selvaggia del bastone e della carota; quelli che giustificano ogni violazione finanche dei diritti umani del drogato se questo può servire a farlo smettere; quelli che applaudono a personaggi di dubbia reputazione e di dubbia origine se diventano gestori di organizzazioni terapeutiche autoritarie che usano la punizione come passaggio obbligato per la redenzione, quelli che ritengono che il drogato per risorgere debba toccare il fondo e si adoperano in veste di terapeuti, di amici e di familiari a peggiorare la qualità della vita dell’assuntore di droga, per accelerare il momento in cui si pentirà dei suoi misfatti, chiederà perdono e accetterà qualunque punizione pur di affrancarsi dalla droga; quelli che avendo un budget da investire lo spendono tutto in repressione, polizia, dogane. Dall’altro lato i non proibizionisti che considerano i tossicomani ammalati e non peccatori, che ritengono controproducente la punizione e la prigione, che ritengono interventi di salute pubblica basati sulle evidenze scientifiche rappresentare il modo migliore per combattere gli effetti negativi delle droghe per i singoli e per le comunità, che pensano un mondo privo di droga irrealistico e irrealizzabile, che considerano il sistema sanzionatorio fonte di stigmatizzazione e discriminazioni dei consumatori, creando più danni delle sostanze stesse (stigma kills!), fino a quanti chiedono la liberalizzazione di ogni droga, la fine del regime proibizionistico, l’abolizione dei trattati internazionali e finanche la piena libertà di assumere droga come mezzo per espandere le proprie conoscenze e la propria coscienza. È evidente che posizioni così opposte e radicali non possono trovare una sintesi senza un grande sforzo comune che cerchi di riportare il dibattito per quanto possibile al di fuori dei confini della emotività e della irrazionalità. Io credo che la libertà di ognuno di noi si debba fermare quando arriva ad intaccare la libertà degli altri. Non credo quindi alla libertà di drogarsi, perché l’alterazione del rapporto di un individuo con la realtà circostante porta sempre danni al singolo e alla Società. Anche se il regime proibizionistico fa di tutto per aggravare il problema, corrompendo tutto e tutti e producendo decine di migliaia di morti l’anno. Non riesco però ad essere nemmeno un anti-proibizionista. La libertà di produzione, circolazione e vendita di ogni tipo di sostanze potrebbe avere una sua logica in un mondo popolato soltanto da saggi capaci di distinguere il bene dal male, il conveniente dallo sconveniente, il lecito dall’illecito. La proibizione è un freno ai consumi, per il quale paghiamo un elevatissimo costo sociale. La non proibizione porterebbe con sé un altro elevato costo sociale in termini di aumento del consumo. Non è un caso che le 2 grandi droghe dell’umanità il cui consumo provoca il maggior numero dei morti siano proprio i 2 prototipi di droghe legali, l’alcool e la nicotina. Ciò premesso, io sono un forte sostenitore della riduzione del danno, una strategia che non ha valide alternative. La riduzione del danno è il primo obbiettivo di ogni intervento terapeutico, tentando di evitare l’irreparabile ed il punto di non ritorno per il singolo e di prevenire alcuni dei danni sociali legati al fenomeno. There is no magic treatment or simple answer in the field of substance abuse. But a treatment that works is a treatment that we can adapt to the special circumstances of the individual. It is like there were two different and completely opposite strategies, one totally against drugs and drug users, the other one more flexible, and in my opinion realistic, with the consequence that supporters of the first approach consider supporters of harm reduction as facilitators and partners in crime with consumers. It is now time for listening to the voices of the most vulnerable ones and to advocate a new way, beyond prohibition and even harm reduction. A new global approach based on humanitarian principles that empowers people to make healthy choices. But what exactly is a harm reduction strategy, in reality? A harm reduction strategy is the opposite of a harm increase strategy, which humiliates, mortifies, criminalizes and stigmatizes drug users, producing negative effects both at the individual and public health levels, as well as at the social one. There is no other field in medicine in which doctors have the objective to increase the harm of patients. Many people think, in good faith, that associating a form of harm, or punishment, or violence, to the action of taking drugs could help “unconditionate” the positive conditioned reflex associating drugs with pleasure. According to this point of view, if the memory of pleasure makes it easier to continue taking drugs, the memory of sorrow and grief should act as a deterrent.. On the contrary, the more an individual is treated with violence, the more he looks for substances that can give him comfort, that can help him, that can give him back serenity and calm, that can love him. Many drug users could not revive from the evil consequences of sadistic and unqualified therapeutic treatments, which have increased, and not decreased, the damages related to drug consumption. Harm increase is as dangerous as substances, and a harm increase approach implies and justifies stigma and discriminations of drug users. Everywhere in the world, even in countries that uphold human rights, drug users are still denied basic citizen rights. Drug users are humiliated, bullied, discriminated and treated more as criminals than as sick people. Public opinion and well thinking people are often accomplices of this stigmatization. Discrimination means that drug users are not given any chance to fight their addiction and that drugs end up affecting the society as a whole through the spread of AIDS, violence and social misery. Se questa è la situazione nel mondo, dobbiamo considerarla uno dei maggiori problemi da affrontare in una ottica umanitaria, ciò che giustifica l’intervento del Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa che è sempre interessato e in prima linea contro ogni forma di sofferenza umana. La Croce Rossa non interviene nelle controversie di ordine politico, sociale, razziale e religioso, ma basa le sue azioni antidroga nel nome del principio di umanità e delle evidenze scientifiche. Alcuni anni fa abbiamo preso posizione in favore della harm reduction con una pubblicazione che potete trovare nel web della Federazione Internazionale sotto il titolo “Spreading the light of science”. Successivamente abbiamo coinvolto le Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa di tutti i continenti in una iniziativa chiamata “Rome Consensus” per una politica umanitaria sulla droga. Il Rome Consensus, che conta oggi 116 firme di altrettante Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, sollecita i Governi ad intraprendere politiche antidroga rispettose dei diritti umani fondamentali e non inutilmente violente e punitive. La Croce Rossa non è una NGO e gioca nel panorama mondiale un ruolo unico e particolare, in mezzo tra i Governi e la società civile, grazie alla caratteristica di “ausiliari età” che la Comunità Internazionale le ha conferito. L’ausiliarietà pone la Croce Rossa in continuo contatto con i Governi a tutti i livelli (globale, nazionale, regionale e locale)che cerca di influenzare perché adottino provvedimenti ispirati da principi umanitari. Noi chiamiamo questa azione “diplomazia umanitaria” o anche “advocacy”, parola non traducibile in italiano che però significa prendere posizione in favore delle vittime, dei deboli, delle persone vulnerabili. Quando la Croce Rossa prende una posizione e parla, la sua voce è ascoltata dai Governi più di quanto non avvenga per le NGOs, a volte inflazionate nelle loro azioni di protesta: Come scriviamo nella Strategia 2010 “Advocacy is on safer ground when supported by activities” e questo è un ulteriore vantaggio per il nostro Movimento notoriamente impegnato in attività umanitarie a 360° in tutto il mondo, amato e rispettato dalle popolazioni così come dalle autorità. Per quanto riguarda la diffusione delle strategie di Harm reduction è importante la posizione comune e precisa dell’Europa, che non viene intaccata o messa in discussione dalle recenti prese di posizione italiane, minoritarie e senza riscontro internazionale. Attendiamo poi la nuova politica antidroga dell’America di Obama, cui dovrebbe essere più facile aprire alle evidenze scientifiche di quanto non sia stato denunciare pubblicamente la precedente amministrazione per aver violato i diritti umani fondamentali praticando la tortura come metodo di interrogatorio di alcuni prigionieri di guerra. Credo infine che anche il mondo delle Nazioni Unite a livello di UNODC e di OMS stia cambiando in meglio la sua strategia ed al riguardo voglio leggervi due citazioni del Direttore Esecutivo di UNODC, Antonio Maria Costa, che ha detto “Scientific evidence shows that drug addiction is an illness that can and must be traited. There are no ideological debates about curing cancer or diabetes. Left and right are not divided on the need for treating tuberculosis or HIV. So why are there political contraposition about drugs?” e ancora “Drug control has an image problem: too much drug-related crime; too many people in prison, and too few in health services; too few resources for prevention, treatment and rehabilitation; too much eradication of drug crop, and not enough eradication of poverty” and finally “although drug kills, I don’t believe we need to kill because of drugs”. Anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban-Ki-Moon, che, per inciso è stato un attivo volontario nella Croce Rossa Giovanile Coreana che passò un mese negli USA invitato dalla Croce Rossa Americana, essendo anche ricevuto da John Kennedy, ha usato nell’ultimo messaggio per la giornata mondiale sulla droga del 2008 parole nuove e desuete per la burocrazia delle Nazioni Unite, sottolinenando come “No one should be stigmatized or discriminated against because of their dependance on drugs”. Questo insieme di fattori e di considerazioni che vanno dalla posizione del Movimento Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e dell’Unione Europea fino ai recenti segnali di apertura delle Nazioni Unite e a quelli attesi degli USA mi fanno essere moderatamente ottimista per il futuro perché gli aspetti deteriori e repressivi che hanno trasformato la lotta alla droga in una lotta ai drogati cedano finalmente il passo alla ragione e alla evidenza per una azione globale basata sulla compassione e la terapia e lontana da pre-giudizi, violenza, stigmatizzazione e discriminazione.  

 

“La riduzione del danno nel contesto internazionale”