La Cannabis in Sud Africa: La Duplicità delle Autorità Coloniali

 

Attivisti pro-legalizzazione reggono un cartello durante la “Cannabis Walk” del 2007, sullo sfondo di Signal Hill e della Testa di Leone, due  storici simboli della città. Fonte: Wikimedia

La storia della cannabis in Sudafrica contiene due traiettorie distinte, talora in contraddizione diretta l’una con l’altra.  La prima è costituita dal tentativo, in corso ormai da cent’anni, di proibirne l’uso. La seconda descrive il succedersi di amministrazioni coloniali che hanno tentato, nel corso degli anni, di sviluppare la produzione della cannabis per trarne profitto.

Queste due traiettorie hanno cominciato a delinearsi concretamente nel 1916.

Il governo allora in carica era alle prese con tensioni politiche interne e con una guerra imperiale internazionale. Come parte dell’Impero Britannico, L’Unione Sudafricana aveva l’obbligo di approvare internamente legislazioni conformi ai trattati internazionali di cui era firmataria, direttamente o indirettamente. 

Il governo dell’Unione dovette dunque introdurre un disegno di legge volto a regolamentare “Oppio ed Altre Sostanze che Inducono Dipendenza” per ottemperare agli accordi internazionali sottoscritti all’Aia nel 1912. La legge includeva tra queste sostanze la cannabis e la canapa indiana, nonostante non vi fossero prove sufficienti per asserire che queste due sostanze fossero causa di una dipendenza comparabile a quella da oppio. Il disegno di legge sviluppava normative locali già adottate a Colonia del Natal e a Colonia del Capo.  

In quegli stessi anni, una seconda traiettoria stava prendendo forma. A luglio di quell’anno il piroscafo S.S. Balmoral salpò  dalla Provincia del Capo Orientale alla volta di Londra, con undici sacchi di dagga (il nome con cui la cannabis è chiamata in Sudafrica) nella stiva, indirizzati alla società farmaceutica Dreyfus & Co. Il Dipartimento dell'Industria e delle Miniere dell’Unione voleva che la pianta venisse testata nella speranza di svilupparne la produzione  per il mercato farmaceutico internazionale. 

Tali rotture interne allo Stato dimostrano come le pressioni politiche dietro alla criminalizzazione della dagga coesistevano, seppur contraddicendola, con la volontà di perseguire la commercializzazione della dagga come bene di consumo nel mercato globale. 

 

I promotori della dagga in Sudafrica

 

Nel 1917,  l’Imperial Institute di Londra dichiarò che i campioni forniti da Dreyfus non erano comparabili a livello di composizione chimica alla cannabis prodotta in India, altro produttore interno all’Impero.

Questo però non scoraggiò  né il Dipartimento dell’Industria e delle Miniere, né la Divisione di Botanica del governo di Pretoria. Entrambi presero atto della necessità di test accurati, volti a standardizzare la produzione di dagga in Sudafrica. Cominciarono quindi a collaborare attivamente con agricoltori bianchi e società commerciali per sperimentare nella produzione della cannabis con lo scopo di sviluppare un vero e proprio mercato internazionale.

L’Impero connetteva già il Sudafrica con città nel Regno Unito, in India, nelle Mauritius e nelle colonie inglesi nei Caraibi. Dalla Conferenza Imperiale del 1907 I domini a le colonie inglesi erano stati coinvolti nella creazione di un mercato unificato  per i beni di consumo prodotti all’interno dell’Impero. Ciò era stato possibile grazie alla promozione di tali beni attraverso una rete di commissariati per il commercio (Trades Commisioner’s Offices). Già alla fine del 1917, il commissario per il commercio in Sudafrica si stava adoperando per far analizzare campioni di cannabis e trovare compratori in importanti piazze d’acquisto come Londra.

Tuttavia, le fluttuazioni dei mercati ed il peso della competizione con i prodotti derivati dalla cannabis provenienti dall’India, già standardizzati, rappresentavano una sfida alle ambizioni del governo Sudafricano. 

Negli anni successivi, il Dipartimento dell’Industria e delle Miniere cominciò a prestare assistenza a imprenditori agricoli in cerca di produttori di carta internazionali interessati al gambo fibroso della pianta della cannabis. Uno tra questi era E.D. Punter. Punter era inoltre interessato a coltivare la pianta della canapa per ricavarne olio e mangime per uccelli. La sua stretta collaborazione con il Dipartimento dell’Industria scatenò le ire del Dipartimento della Salute Pubblica, che nel 1923 lo condannò duramente per la sua attività. 

 

La via della legge 

 

Già dal 1923, i dibattiti intorno alla dagga erano diventati fortemente razzializzati. Il consumo della cannabis era storicamente visto dai coloni bianchi come un’abitudine immorale delle comunità Africane e Indiane. Negli anni che seguirono la fondazione dell’Unione, i moti volti a  proibire il consumo di cannabis mescolavano timori razzisti, resi popolari dalla stampa, con politiche volte a controllare le comunità il cui sostentamento dipendeva dal commercio della cannabis, o per cui l’uso della cannabis faceva parte delle proprie pratiche mediche e sociali. 

Questo non fece altro che incoraggiare lo sviluppo nel diritto penale di reati legati all’uso, insieme alla domanda per una messa a bando globale della cannabis. Sul palcoscenico internazionale, Il governo di Jan Smuts fece pressione sui diplomatici internazionali nella Lega delle Nazioni perché prendessero in esame  l’equiparazione della cannabis con l’oppio all’interno di una nuova convenzione internazionale sulle sostanze stupefacenti. 

Nel 1925 si raggiunse il consenso attorno al primo modello globale per sorvegliare e reprimere la produzione, il consumo ed il commercio della cannabis: la Convenzione di Ginevra in materia di droghe pericolose. Questa rese l’intera pianta della cannabis oggetto di diritto penale nazionale e internazionale. Con un solo gesto, venne effettivamente cancellata l’enorme diversità di varietà e derivati della cannabis in ’Africa ed Asia.

Mentre il governo di Smuts perseguiva la messa a bando internazionale della cannabis, il Dipartimento dell’Industria e delle Miniere sollecitava iniziative private per testare le prospettive di mercato della cannabis. W. Perfect, originario di Ladysmith nel Natal, spinse il Dipartimento a condurre esperimenti su una corda di “fibre di insangu” (termine con cui ci si riferiva alla canapa selvatica). Egli sperava perfino che la corda di fibre di canapa potesse rappresentare la Colonia del Natal all’esposizione dell’Impero Britannico del 1924. 

Tuttavia il governo di Smuts aveva altri piani. Infatti l’amministrazione prosegui nell’applicare pressione diplomatica affinchè la cannabis fosse criminalizzata similmente all’oppio nel diritto internazionale.

 

Ripercussioni

 

Oggi vale la pena rivisitare le ripercussioni di questa contraddizione storica, mentre il Sudafrica è in procinto di entrare in una nuova fase di regolamentazione. Nel 2018 la Corte Costituzionale sudafricana ha passato una sentenza storica che decriminalizza il consumo personale di cannabis in luoghi privati. Questo permetterà a circa 900,000 agricoltori di coltivare la cannabis in modo lecito. 

I sostenitori  della legalizzazione hanno descritto la sentenza come un importante passo nella giusta direzione. Questa infatti sfida la storia razzista della regolamentazione della dagga, radicata in sistemi coloniali di discriminazione. Ma, un secolo dopo, i piccoli coltivatori e consumatori rimangono vulnerabili all’influenza del mercato internazionale della cannabis, a meno che non vengano adeguatamente protetti. Inoltre, specifici saperi tradizionali riguardanti la cannabis devono essere presi in considerazione nello sviluppare politiche in materia, poiché vi sono diversi significati simbolici e pratiche culturali attorno alla coltivazione ed uso della pianta.

Con in ballo miliardi di possibili profitti, il consumatore comune in Sudafrica, per cui la dagga è stata, storicamente, una quotidiana fonte di svago e benessere non deve essere dimenticato dalla storia.

 

 

 

Questo articolo è stato riprodotto dal sito The Conversation sotto una licenza Creative Commons. Leggi l’articolo originale qui.

Questo è il terzo articolo in una serie sulle narcopolitiche in Sudafrica. Sono basati su ricerche condotte per un’edizione speciale del South African Historical Journal. Puoi leggere l’intera edizione qui.

Utathya Chattopadhyaya, ricercatore presso l’ Università della California, Santa Barbara.