La mia prima sigaretta

Gente che fumava, prima dei 14 anni, la incontravo solo durante le occasioni di grandi ritrovi di parenti. C'era sempre uno zio, un nonno, un amico del nonno o qualcun altro che fumava. Quando volevano si appartavano all'aperto e rientravano con quell'inconfondibile odore rancido e acre delle sigarette che fumavano. Mio zio fumava sempre le Diana, che poi era il nome di sua figlia.
Poi, al primo anno di superiori: era un abitudine di tutti i ragazzi più grandi formare capannelli amicali dal quale si levavano zaffate di fumo, come tanti camini di una stesso edificio. Poi cominciarono alcuni compagni, spesso i più sboccati, ansiosi di avere qualche abitudine per sé, come fa la gente emancipata. Uno fumava già anche il giorno in cui lo conobbi, il primo giorno. Aveva il viso pallido, con parecchie lentiggini, le sopracciglia lunghe e mobili che spesso si arcuavano come stuzzicadenti a infilzare quelle due olive nere che erano i suoi occhi. Era simpatico, ma qualche volta volgare e pesante. Veniva da una città vicina, non proprio frequentabile. Alla mattina qualche volta lo vedevo arrivare da una via laterale che già fumava. Più tardi scoprii che fumava spinelli anche prima di andare a lezione, e ciò spiega perché il suo torpore fosse più spiccato del nostro. Intanto per i compagni era già diventato una macchietta. Una volta scribacchiarono alla lavagna una formuletta: Ganja + ganjaman = Alain (questo era il suo nome). A me cominciava a dare fastidio lui e quel suo contorno di reputazione, e lo evitavo appena potevo. Gli altri fumatori erano cinque, in una classe di quindici persone. Diversamente da Alain, fumavano occasionalmente e quando c'era abbastanza tempo. Erano molto diversi: finito di parlare facevano certi tiri veloci che sbuffavano al suolo, e subito riprendevano la sigaretta tra il medio e l'indice e riprendevano a parlare. Quando cambiai scuola trovai un situazione completamente diversa. La composizione in classe era cambiata: a non fumare eravamo forse la metà. E così sembrava per tutte le altre classi. La strada per la scuola era coperta da certi sputi gialli, tipici di fumatori, che la segnalavano meglio di qualsiasi cartello. E dopo l'intervallo, i cestini erano acconciati dall'arancione dei mozziconi come tanti punk coi capelli afflosciati. Un giorno vidi un pacchetto sul prato del cortile. Non era stropicciato come quelli vuoti che buttano per terra, così lo raccolsi. Era pieno, solo tre sigarette erano state fumate. Probabilmente era caduta a qualcuno durante l'intervallo. Quel giorno, mi chiusi in bagno, come fanno quelli che vogliono fumare di nascosto. Mi girai e rigirai il pacchetto tra le mani, fino a quando decisi di provare. Ne tirai fuori una, aveva un odore dolciastro di miele, e l'accesi con l'accendino che avevo trovato dentro il pacchetto. Tossii, ma proseguii: proprio Alain mi aveva insegnato come fare. La finii. Mi sentivo il la lingua bruciare, il pelle del volto paonazza e pulsante, come se sotto ogni poro covasse una caldera di fumo. Era la mia prima sigaretta.