Limiti per il consumo di cannabis: coercizione o nudge theory?

A seguito dell’approvazione -- già avvenuta o in attesa di attuazione --  dei quadri normativi relativi all’uso della cannabis a scopo ricreativo in alcuni Stati Americani come Colorado e Washington, o in Paesi interi come l’Uruguay, una delle questioni chiave che ne deriva è legata alla regolamentazione del consumo.

Gli Stati del Colorado e di Washington, che quest'anno hanno iniziato a vendere marijuana a fini ricreativi, non hanno predisposto nessuna quota massima mensile a cui gli acquirenti debbano sottostare. Entrambi gli Stati, però, hanno fissato a 28 grammi il limite massimo di cannabis che può essere acquistata in una sola volta. Invece l'Uruguay, la cui legge si prevede entrerà in vigore entro la fine dell'anno o all'inizio del 2015, ha fissato un limite massimo di acquisto mensile a 40 grammi.

Data la differenza sui limiti d’acquisto previsti dai vari modelli, una domanda di cruciale importanza sorge spontanea: qual è il limite mensile, o addirittura settimanale, che i consumatori dovrebbero essere autorizzati ad acquistare in modo da ridurre l’uso quotidiano, o l’insorgenza di problemi cronici? Inoltre, all’interno di una logica in cui chiunque, oltre una certa età, può comprare legalmente marijuana ricreativa senza alcun limite massimo stabilito per legge, ci si può aspettare che il consumatore si autoregoli?

Mark Kleiman, professore di Public Policy presso la UCLA School of Public Affairs, all'inizio di quest'anno ha spiegato in un editoriale per il Washington Monthly come la cosiddetta nudge theory (la teoria della spinta gentile) potrebbe essere applicata al consumo di cannabis per i modelli che non prevedono un limite massimo di acquisto.

In primo luogo, è opportuno dare una breve spiegazione sulla nascita della nudge theory. Descritta da Richard Thaler e Cass Sunstein nel loro libro “Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth and Happiness”, uscito nel 2008, la teoria è stata concepita per cercare di aiutare le persone a migliorare il loro processo decisionale, senza imporre obblighi o restrizioni. Proposta originariamente nelle teorie di economia comportamentale negli Stati Uniti, può essere applicata ad ampio raggio per incoraggiare certi comportamenti attraverso un rinforzo positivo e suggerimenti indiretti, piuttosto che attraverso la motivazione o l’imposizione; la teoria trova il proprio fondamento sulla maniera in cui le persone ragionano nella realtà e sulle decisioni, a volte istintive, che ne derivano, piuttosto che su come i leader e le autorità ritengono che le persone pensino e decidano. In sostanza, la nudge theory funziona attraverso l’analisi di scelte determinanti, che possono favorire decisioni utili non solo agli individui che prendono la decisione, ma anche al benessere più ampio di tutta la società.

Il professor Kleiman, consulente sia in vari Stati che del Governo Federale in materia di controllo della criminalità e di politica sulle droghe, sostiene che “la grande sfida che viene lanciata dalle politiche sulla legalizzazione della cannabis è quella di scoraggiarne il consumo”. Ma come? Kleiman afferma che un “approccio sarebbe quello di rendere i consumatori consapevoli di quanto stanno effettivamente utilizzando, rispetto a quanto essi intendono utilizzare, con un sistema di quote d'acquisto mensili fissate per ogni consumatore selezionato.” E poi? “Ogni consumatore può impostare qualsiasi limite desideri, ma una volta impostato, tale limite deve essere vincolante.”

La proposta di Kleiman si basa sulla quantità di THC -- il principio attivo della cannabis -- presente piuttosto che sul peso della marijuana acquistata, dal momento che il livello di THC varia notevolmente da prodotto a prodotto.

Kleiman riconosce che sarebbe opportuno fornire alcune indicazioni ai consumatori non abituali che inizialmente non saprebbero quale soglia porsi, e suggerisce che si potrebbe offrire agli acquirenti una sorta di “quota di base”, fissata ad una quantità media concordata precedentemente.

In pratica, naturalmente, questo sistema potrebbe non avere un impatto positivo su tutti i consumatori, come nota Klemain:

Quei consumatori che eccedono la quota prestabilita, decideranno di impostare semplicemente una soglia più alta, e faranno così di nuovo nel momento in cui il limite più alto non basterà più a soddisfare la loro crescente esigenza e il desiderio di intossicazione.

Tuttavia, è probabile che un numero significativo di consumatori non modifichi la quota auto-imposta, o addirittura invece la abbassi, dopo aver realizzato che soglia personale impostata era troppo elevata. Queste persone, dice Kleiman, “sarebbero i beneficiari di questa ‘spinta’ verso la moderazione.”

Naturalmente, se tale quadro possa avere effetti benefici nel lungo periodo è praticamente impossibile da prevedere. Inoltre, sorge un’altra spinosa questione, ovvero chi sia più adatto a formulare politiche efficaci: i consumatori, cioè i destinatari finali che possono migliorarle attraverso la loro esperienza diretta, oppure gli esperti nel campo delle politiche sanitarie, fondamentali nel determinare i limiti poi imposti dai governi.

In realtà, non sembrano esserci i segnali per l'introduzione di un nudge system applicato al consumo di cannabis in un futuro prossimo. Anche se, data la continua evoluzione della normativa sulla marijuana, ciò non vuol dire che non possa essere sperimentato, prima o poi. Come conclude Kleiman:

Come la maggior parte delle strategie basate sulla spinta gentile, c'è un aspetto “brodo di pollo” circa la quota personale stabilita per ciascun consumatore: potrebbe non fare molto bene, ma di certo non fa male.