Papaveri, Melograni E Proibizionismo: I Limit Dello Sviluppo Alternativo

Coltivazione di papavero da oppio in Afghanistan

Coltivazione di papavero da oppio in Afghanistan (Source: Wikimedia)

Per ogni barretta al melograno acquistata al supermercato locale, in Afghanistan viene piantato un alberello da frutto e questo riduce seppur di poco la presenza mondiale di oppio – o almeno così si dice.

La Plant for Peace Foundation, un’iniziativa per lo sviluppo alternativo nata nel 2007, sostiene di aver incoraggiato oltre 22.000 agricoltori afghani a coltivare more, melograni, nocciole e albicocche al posto dei papaveri da oppio.

Anche se la redditività relativamente bassa delle colture legali di solito dissuade gli agricoltori dal sostituirle a quelle illegali, la coltivazione del melograno si è rivelata particolarmente redditizia. Poco dopo la fondazione di Plant for Peace, un rappresentante dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) ha sostenuto che gli agricoltori avrebbero potuto guadagnare circa 2.000 dollari per ogni 4.000 metri quadrati di un campo in cui si coltiva il melograno, rispetto ai circa 1.320 dollari per 4.000 metri quadrati di un campo in cui si coltivano il papavero.

Dopo la raccolta, che avviene sotto la responsabilità della Plant for Peace Foundation, la frutta viene utilizzata per la produzione di barrette dalla società Plant for Peace Ltd, le quali vengono poi vendute nel Regno Unito. Per ogni barretta venduta nel Regno Unito, la fondazione Plant for Peace pianta un alberello in Afghanistan che nel corso della sua vita fornirà ad un agricoltore frutta per un valore di 700 dollari.

Come riportato sul sito ufficiale, offrendo alle persone una valida alternativa alla produzione illegale di droga, l’organizzazione mira a “creare stabilità in aree problematiche del mondo cercando di responsabilizzare le comunità”.

A partire dalla sua fondazione, Plant for Peace ha attirato l’attenzione dei mezzi di comunicazione per essere riuscita a sovvertire il commercio illegale di oppio. Nel 2009, l’organizzazione ha ricevuto una donazione da parte dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale per piantare 100.000 talee di melograno. Più di recente, nel maggio 2017, il governo britannico ha fornito un finanziamento all’organizzazione affinché continui nei propri sforzi. Figure illustri, come il principe Carlo, hanno manifestato il proprio interesse nei confronti dell’iniziativa.

Le barrette prodotte da Plant for Peace vengono vendute alle principali catene di supermercati di tutto il Regno Unito e il crescente numero di finanziamenti e l’attenzione che sta ricevendo suggeriscono che le possibilità dell’organizzazione sono destinate ad espandersi. Ma fino a che punto possono questa e altre iniziative simili cambiare davvero le cose?

Raccolta delle capsule del papavero (Source: Wikimedia)

Lo sviluppo alternativo consiste nel fornire agli agricoltori coinvolti nella produzione di droghe illegali la possibilità di produrre colture legali. Questo approccio è stato adottato in regioni produttrici di droga, dalla Colombia fino al Myanmar, per rimpiazzare colture come quella del papavero e delle foglie di coca con prodotti legali; si tratta di una strategia di lotta alla droga celebrata da molti organismi di governo nazionali e internazionali, comprese le Nazioni Unite. Per quanto questo approccio possa indubbiamente migliorare le vite degli agricoltori nel breve periodo, risulta poco utile al fine di ridurre la produzione illegale di droga a livello globale – al contrario, è probabile che la stia fomentando.

Nel suo articolo del 2015 intitolato Drugs and Development: The Great Disconnect, Julia Buxton – ricercatrice associata presso il Global Drug Policy Observatory della Swansea University – mette in guardia del pericolo inerente allo sviluppo alternativo: si basa su una comprensione sbagliata delle forze dell’offerta e della domanda nel mercato delle droghe illecite. Il modello alla base dello sviluppo alternativo presume che la riduzione dell’offerta provochi un sostanziale aumento dei prezzi che spinga i consumatori a uscire dal mercato. Tuttavia, in realtà, le persone continueranno a pagare nonostante i costi più elevati, e questo a sua volta determina l’aumento del valore del prodotto; di conseguenza ciò creerà un incentivo finanziario maggiore che spingerà le persone a produrre droga.

Inoltre, i costi di produzione incidono in maniera relativamente trascurabile sul prezzo delle droghe illecite. Nonostante le colture legali – come i melograni – in un primo momento risultino più redditizie rispetto alle coltivazioni di droghe illecite, l’industria della droga offre compensi competitivi agli agricoltori. Come spiega lo scrittore e analista politico Kevin Jack Riley, “Aumentare i prezzi in un certo paese con l’obiettivo di creare scarsità a livello nazionale non è diverso da provare ad alzare i prezzi del vetro rimettendo la sabbia in mare”.

Buxton conferma che la “fattibilità degli sforzi di riduzione dell’offerta mondiale attraverso l’attuazione di programmi antidroga a livello nazionale [è limitata]”.

Infatti, attraverso l’esame su scala internazionale dei trend relativi alla produzione dell’oppio è possibile constatare un fenomeno noto come “balloon effect” (“effetto palloncino”): quando in un paese si verifica un calo dell’offerta, spesso altre regioni produttrici compensano per soddisfare la domanda esistente. Ad esempio, negli anni ’50, il calo dell’offerta di oppio in Iran e in Cina era stato accompagnato da un conseguente aumento della produzione in Turchia, Myanmar, Laos, Vietnam e Thailandia. Se da un lato la Turchia e la Thailandia avevano adottato delle misure per ridurre la produzione di oppio, dall’altro il Myanmar e l’Afghanistan avevano invece continuato ad offrire di più per soddisfare la domanda.

Questo fenomeno non riguarda solo il commercio dell’oppio; negli anni ’90, la soppressione del commercio della cocaina ha portato ad uno spostamento delle coltivazioni dal Perù e dalla Bolivia alla Colombia. In seguito, le misure antidroga per combattere l’offerta di droga, incluse le fumigazioni aeree delle colture, hanno determinato il graduale spostamento della produzione di cocaina dalla Colombia verso i paesi confinanti nel corso dei decenni successivi.

L’impatto positivo che Plant for Peace ha avuto sulla vita degli agricoltori è senza alcun dubbio ammirevole. Tuttavia, basandoci sugli avvertimenti di Buxton, è importante riconoscere che creare e celebrare questo successo non deve distogliere dall’assumere un atteggiamento critico riguardo ai limiti dello sviluppo alternativo. Come osserva Buxton nelle riflessioni finali del suo articolo, è di estrema importanza che i responsabili delle politiche considerino seriamente la “attuabilità degli obiettivi dello sviluppo all’interno di un quadro normativo antidroga orientato verso il proibizionismo”.

È il concetto che si ha delle droghe e della guerra alla droga che deve essere davvero rivoluzionato, un cambiamento sostanziale che va oltre il mero spostamento delle operazioni dell’offerta di droga da un paese all’altro. L’acquisto delle barrette non garantisce che ci sarà meno oppio nel mondo.