Progetti di Sviluppo Alternativo per i Coltivatori d'Oppio Birmani: un altro Fallimento?

In un prossimo futuro il Myanmar rimpiazzerà la vendita illegale di oppio ai cinesi con l’esportazione di caffè di ottima qualità. Questo, in sostanza, il piano che l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) vuole mettere in pratica per contrastare il fiorente mercato dell’oppio nella regione.

Secondo un reportage del New York Times sull'aumento della coltivazione d'oppio in Birmania, lo UNODC sta promuovendo un programma di sviluppo alternativo per far sì che gli indigenti agricoltori della regione dello Shan (dove si coltiva la maggior parte dell’oppio) rimpiazzino i loro campi di papaveri con piantagioni di caffè, una varietà costosa e di ottima qualità.

Negli ultimi decenni, la coltivazione di oppio birmana ha avuto un andamento altalenante. Negli anni ottanta il Myanmar era il più grande produttore di oppio al mondo. Ma nei primi anni novanta la produzione afghana ha iniziato ad espandersi, fino ad ottenere il primato assoluto nel 2002, superando il Myanmar sia in termini di resa per ettaro, sia in termini di terreno coltivato.

Parlare di programmi di sviluppo alternativo in Birmania non è certo una novità. Già nel 1999 il governo birmano aveva dato il via ad un piano quindicennale per rimpiazzare la coltivazione illegale di oppio con culture legali. Un piano che aveva visto la collaborazione dello UNODC, del Programma Alimentare Mondiale, della Pa-O National Organization, del Rehabilitation Council della Regione dello Shan (RCSS) e dello Shan State Army-South (SSA).

L’iniziativa fu un fiasco e finì col produrre l’effetto opposto: dopo anni di cali più o meno marcati, la produzione di oppio ricominciò ad aumentare nel 2007, facendo svanire nel nulla la speranza di una nazione libera dall’oppio entro il 2014. Secondo le ultime stime dello UNODC, la coltivazione di papavero da oppio in Myanmar è triplicata negli ultimi 8 anni, arrivando a comprendere un’area di 57.600 ettari nel 2014.

Nonostante ciò, Hans Jochen Wiese, consulente tecnico per lo UNODC con più di 30 anni di esperienza in progetti di sviluppo alternativo con i coltivatori di coca in Peru, è convinto che il nuovo progetto di sviluppo studiato per sostituire i campi di papaveri con piantagioni di caffè possa avere successo. In un’intervista del 2013, Wiese sembra nutrire grandi speranze nel progetto affermando che i coltivatori birmani partirebbero già avvantaggiati rispetto alla loro controparte peruviana, in termini sia politici che geografici.

Qualsiasi sia il vantaggio, e se tale si possa definire, diventa irrilevante per i coltivatori di oppio birmani che da questo mercato traggono il loro unico sostentamento. Secondo le stime dello UNODC, un ettaro di terra produce circa 15 chili di oppio, e ogni chilo può essere venduto tra i 300 e 500 dollari. Il Myanmar fa parte dei Paesi Meno Avanzati e l’80% della sua popolazione è composta da coltivatori che praticano agricoltura di sussistenza e vivono con meno di 2 dollari al giorno.

Come afferma Tom Kramer, ricercatore presso il Transnational Institute: “per queste persone, l’oppio non è il problema, ma la soluzione.”

Per i contadini birmani, coltivare oppio vuole dire riuscire a mettere qualcosa in tavola, comprare medicine e mandare a scuola i figli. Potrebbe essere arduo per Wiese convincerli che l’oppio è il problema.

In un’intervista all’inizio del 2014, Jason Eligh, direttore della sede distaccata dello UNODC in Myanmar, descrive la cruda realtà della regione meridionale dello Shan e le numerose difficoltà riscontrate dai contadini quando si parla di coltivazioni alternative:

“Le strade sono impraticabili, [la regione dello Shan] è stata in guerra per 50 anni, ci sono pochissimi mercati disponibili, e i contadini non hanno praticamente accesso a nulla al di là di ciò che li circonda. E anche l’accesso alla terra è estremamente complicato in quest’area.”

Nonostante la situazione poco conformate, Eligh sempre ottimista riguardo al futuro del progetto dello UNODC in Birmania. Un progetto simile ha avuto successo nella vicina Tailandia negli anni novanta, e secondo Eligh è solo questione di tempo: “Non stiamo parlando di una soluzione che porterà risultati nel giro di uno o due anni; è realistico solo se si considera un arco di tempo più ampio, 10 o 15 anni.”

Ma lo scetticismo non manca: “secondo gli esperti, se non si riduce prima la domanda di eroina e non si pacifica definitivamente l’aerea, la guerra alla droga continuerà”, fa notare il New York Times.

E un certo grado di scetticismo sarebbe del tutto plausibile anche da parte degli agricoltori birmani che hanno già assistito al fallimento di un progetto simile in passato.

Forse è solo una questione di colture. Forse il tabacco, il grano saraceno, il riso, l’avocado e lo zucchero di canna erano le colture sbagliate. Forse questa volta il caffè sarà la scelta giusta. D’altronde il consumo di caffè in Cina ha registrato un aumento constante negli ultimi anni… proprio come la domanda di eroina.