Tossicodipendenza e Marginalizzazione delle Donne in Iran

Iran

Alcune donne in un centro di riabilitazione in Iran (Washington Post)

Nonostante siano sempre di più le donne che lottano contro la tossicodipendenza, i programmi di prevenzione e riduzione del rischio legato al consumo di droga spesso non prevedono interventi mirati per aiutarle.

Negli ultimi tempi, sono stati numerosi i media che hanno denunciato l’aumento di donne tossicodipendenti in Iran, attirando ancora una volta l’attenzione su un argomento di cui la stampa si era già occupata l’anno scorso.

Dati precisi riguardanti il numero di tossicodipendenti in Iran sono piuttosto difficili da ottenere, anche se come emerso da un reportage del Washington Post dello scorso maggio, secondo il Iran's Drug Control Headquarters, i tossicodipendenti iraniani sono circa 3 milioni, di cui 700.000 donne. Ma l’aspetto più scioccante è che il numero di iraniane con problemi di tossicodipendenza è praticamente raddoppiato solo negli ultimi due anni.

In un’intervista al Financial Times, Zahra Bonianian, consulente presso l’Iran's Drug Control Headquarters, ha affermato:

“Il numero di donne tossicodipendenti può anche non essere elevato come quello degli uomini, ma non vuol dire che il problema sia meno importante. Se i padri rappresentato un tetto sotto il quale si trova protezione, le madri sono le colonne che tengono insieme la famiglia. Se le colonne crollano, anche il tetto crolla, e non resterà alcuna casa in cui vivere.”

Tra le droghe più popolari di cui le donne iraniane fanno uso, si annoverano l’oppio e la “Shisheh” (letteralmente “vetro”), o crystal meth. La vendita sottobanco – destinata essenzialmente alla fiorente classe media femminile – di metanfetamine, usate anche come cura dimagrante, era ampiamente diffusa nei saloni di bellezza fino qualche tempo fa, quando un inasprimento nei controlli ha taciuto il fenomeno, almeno in superficie. E nonostante ciò questa è solo una piccola parte del problema: donne senzatetto e prostitute non sono nemmeno prese in considerazione.

L’Iran ha alcune tra le leggi più severe al mondo quando si parla di politiche sulla droga: basti pensare che la pena di morte è prevista – e applicata – per reati legati allo spaccio. Sarebbe logico presuppore la quasi totale inesistenza di servizi dedicati al trattamento della tossicodipendenza in una realtà come quella iraniana, ma è vero l’opposto. Esistono infatti sia programmi di riduzione del rischio (scambio di aghi e siringhe e terapia sostitutiva in caso di dipendenza dagli oppiacei) sia centri di riabilitazione, anche se su scala ridotta.

Sfortunatamente, molte di queste iniziative sono sempre state pensate per contrastare il problema della tossicodipendenza maschile, un presupposto che li ha resi praticamente inaccessibili alle donne. L’abuso di droga, e in particolare la tossicodipendenza, qualsiasi società si consideri, sono comunemente accompagnati da stigmatizzazione e discriminazione, ma quando si parla di tossicodipendenza femminile questi due aspetti vengono intensificati notevolmente.

Lo stesso reportage del Washington Post sottolinea quanto il problema sia un vero e proprio "tabù" per la società islamica iraniana, dove alcuni sono convinti che queste donne meritino la morte. Secondo uno studio pubblicato sul “Women’s Health Bulletin” lo scorso novembre, sono quattro i principali ostacoli che una tossicodipendente iraniana in cerca di aiuto si trova a dover affrontare:

  1. La stigmatizzazione e la vergogna;
  2. L’umiliazione e il rifiuto da parte della famiglia e della società;
  3. La paura di rovinare i rapporti con amici e parenti;
  4. Una burocrazia inutile e l’esistenza di programmi di trattamento destinati esclusivamente agli uomini.

Questo non vuol dire che non si stia cercando di cambiare le cose. Shabnam Salimi, dottoressa presso l’ONG ‘Persepolis’ a Teheran, è stata una delle prime a fare qualcosa in merito quando, nel 2007, ha fondato una clinica solo ‘femminile’ per aiutare le tossicodipendenti. Il progetto, come dimostrato da alcuni studi, si è rivelato un successo, vista anche la volontà dimostrata dalle tossicodipendenti di farsi aiutare in una struttura gestita esclusivamente da donne.

Purtroppo progetti di questo tipo sono solo casi isolati, e la clinica femminile Persepolis ha rischiato di chiudere per mancanza di fondi nel 2011*.

Bisogna sperare che le dimensioni stesse di un problema sempre più allarmante contribuiscano a concretizzare la necessità di attuare programmi da cui anche le donne possano trarre beneficio. 

Se il problema continuerà a crescere come si è visto negli ultimi anni, il governo e le organizzazioni che si occupano di prevenzioni e riduzione del rischio dovranno intensificare rapidamente i loro sforzi per assicurarsi che sempre meno donne siano lasciate sole ai margini della società.

*Al momento della stesura dell’articolo non era chiaro se la struttura fosse ancora operativa.